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400 KM DI SILENZIO

13 Marzo 2009

400 KM DI SILENZIO

L’AGESCI Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani ed il gruppo Scout Arezzo 5 della Parrocchia di Sant’Egidio all’Orciolaia con il patrocinio della Circoscrizione 2 “Fiorentina”, presentano:

 

400 km di silenzio

una serie di cineforum e dibattiti sulla tragedia dei Balcani

- Venerdi’ 6 marzo - “No man’s land” di Danis Tanovic

- venerdi’ 13 marzo - “Benvenuti a Sarajevo” di Michael Winterbottom

- venerdi’ 20 marzo- “Il cerchio perfetto” di  Ademir Kenovic

- venerdi’ 27 marzo - “Il segreto di Esma” di Jasmila Zbanic

tutte le proiezioni inizieranno alle ore 21:00 presso la sala consiliare della Circoscrizione 2 “Fiorentina” - Via Fiorentina n° 329 - INGRESSO LIBERO

III Domenica di Quaresima

12 Marzo 2009

Gv 2,13-25

 

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Mercato nel tempio

Accade, leggendo certi libri o certi giornali, di vedervi la figura di Gesù delineata come la quintessenza della bontà, ma intesa come indulgenza ad ogni costo; della tolleranza, ma come remissiva passività. Non è però questa l’immagine di lui trasmessa dai vangeli: ad esempio egli non esita a minacciare guai ai farisei ipocriti (Luca 11,37-44), a dare della volpe ad Erode (Luca 13,33), e addirittura del satana a Pietro quando questi pretende di distoglierlo dal suo itinerario di vita (Matteo 16,23). Il brano odierno narra poi un episodio che dimostra tutta la sua intransigenza sui princìpi e sui valori inalienabili.

 

“Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”

 

Un tale comportamento di Gesù è sorprendente, e non solo perché sembra lontano dal suo “stile”. Il tempio di Gerusalemme, centro della fede ebraica e cuore della nazione, vedeva ogni giorno un intenso andirivieni di fedeli, molti dei quali vi recavano animali da offrire in sacrificio e non era pensabile se li portassero da casa, specie se abitavano lontano, mentre quanti intendevano lasciarvi un’offerta in danaro dovevano cambiarlo con l’antica moneta, la sola accettata nel tempio e altrove fuori corso. In fondo dunque quei mercanti, oltretutto stanziatisi nel più esterno dei cortili del sacro edificio, svolgevano un servizio utile: perché scacciarli?

 

Qualche antico commentatore ha ipotizzato che essi svolgessero la loro funzione in modo disonesto, traendone profitti superiori al giusto. In realtà l’episodio è importante perché Gesù vi si proclama Figlio del “Padrone di casa”, e denuncia lo scandalo del mercanteggiare il rapporto con Lui, o ritenerlo una pratica formale, ridotta al “sentirsi a posto” con il semplice offrirgli qualcosa. In tal senso il monito assume una validità perenne; oggi come ieri incombe sulla coscienza l’illusione di tacitarla con l’osservanza esteriore del culto o magari col metter mano al portafogli. In realtà la fede implica ben altro, come appare anche dal seguito dell’episodio.

 

A chi gli chiede conto del suo inusitato comportamento, Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. E l’evangelista aggiunge: “Egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Ecco: la fede trova in lui il nuovo e perfetto tempio, distrutto dalla croce e ricostruito con la risurrezione; il suo corpo morto e risorto è il “luogo” dove incontrare Dio. Le chiese cristiane differiscono radicalmente dall’antico tempio di Gerusalemme, perché non sono la dimora di Dio, ma la casa della comunità, che vi si raduna per entrare in intima comunione con Gesù morto e risorto; una chiesa serve a celebrarvi l’Eucaristia, il sommo dono da lui lasciatoci proprio a questo fine. Trascurare la Messa, o parteciparvi solo per distratta abitudine, o sostituirla con pratiche magari in sé buone ma rispondenti piuttosto ai gusti personali, significa non aver compreso il valore del dono, né che di un dono appunto si tratta. Con lui non si mercanteggia, né si possono seguire opinioni personali; l’atteggiamento appropriato, da parte dei destinatari di un tale dono, è anzitutto la più profonda riconoscenza, che si traduce nell’impegno a vivere in modo coerente con il rapporto profondo che il dono instaura.

 

mons. Roberto Brunelli

II Domenica di Quaresima

12 Marzo 2009

Mc 9,2-10

 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Questi è il mio figlio: l’amato

È la seconda domenica di questo cammino della Quaresima, iniziato con l’invito personale e insieme rivolto all’intera assemblea: “Ritornate a me con tutto il cuore”. Il cristiano deve prendere sul serio la Quaresima. È il Signore che chiama ad una rottura profonda con i nostri pensieri e con il nostro stile di vita. Il ritorno inizia con il rientrare in se stessi, vera umiltà per gente deformata dall’euforia dell’abbondanza e dall’orgoglio dell’io. È tempo per presentarsi alla casa del padre come servi, finalmente come lavoratori e con un cuore in pace e non come figli presuntuosi ed irrequieti, stolidamente sicuri di un amore che si pensa acquisito, che si riduce a proprietà, che si conserva. T

 

Tornare per essere perdonati, vecchi e segnati dal peccato come siamo, cercando la gioia di essere abbracciati dal padre i cui pensieri non sono i nostri pensieri. Tornare perché solo un cuore libero dal male si dissocia dalla guerra, trasmette pace e la sa chiedere per un mondo che troppo si è abituato alla violenza, che si illude di potere convivere con l’odio, che non sa cercare la giustizia e la pace. Tornare per essere rivestiti della dignità persa dietro al consumismo pratico, che non si contrappone apertamente, ed a cui lasciamo un così grande spazio.

 

È facile pensare come il fratello maggiore, da dignitari, sicuri; sentendosi a posto; affermando, anche a costo di umiliare il padre, il proprio sentire e la propria giustizia; credendo di non avere mai smesso di fare quanto era chiesto. Anche il fratello maggiore deve tornare, potrebbe tornare, proprio iniziando ad abbandonarsi alla gioia ed al perdono, accogliendo il fratello, liberandosi dai giudizi e dalla sua memoria triste. In realtà è lontano dai sentimenti del padre: vive nella sua casa, ma in maniera individualista, attento al mio ed al tuo. Non torna quando crede più alla sua giustizia che all’amore.

 

La sua infedeltà si rivela proprio di fronte alla misericordia. Egli parla contrapponendosi; sa usare solo l’io, “quello che io ho fatto”, che “io ho provato”, “che io penso”; mentre il padre non smette, accorato, di difendere il noi di una familiarità che è salvezza per quella casa ed anche per quei due figli che continua ad amare. Il fratello maggiore non è felice, perché non c’è felicità senza amore. Non si può essere felici da soli; non si può essere felici senza gli altri; non si può essere felici contro gli altri. “Ritornate a me con tutto il cuore” Sul monte sale Gesù. In realtà è lui stesso il sacrificio: lui sceglie di non salvare se stesso, di non risparmiarsi. È un uomo segnato dalla sofferenza, cosciente che avrebbe dovuto salire un altro monte, quello del Golgota. Non c’è gioia evitando il male, fuggendo dalla sofferenza.

 

La quaresima è salire sul monte, è questa ascesi. Non si arriva subito: occorre pazienza, fiducia, cuore, per uomini poco interiori, incostanti e volubili come siamo noi, così condizionati dal presente. È ascesi per limitare la schiavitù dell’amore per sé, per allargare il cuore che si restringe quando non lo curiamo o restiamo fermi; ascesi per trovare la felicità. Occorre salire per potere contemplare le cose del cielo e quindi il senso ed il futuro delle nostre povere persone. Sul monte la presenza ordinaria del Signore, che spesso abbiamo trattato con sufficienza, ridotto ad una compagnia abituale, rivela pienamente la luce che contiene. Senza salire sul monte dell’ascolto, della preghiera la sera, della santa liturgia nel giorno del Signore; senza salire andando al fondo di sé seguendo lui, la vita si riduce a quello che vedo, che mi serve, che tocco, che possiedo, che mi conviene. Si riduce a me.

 

Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Insegna loro ad esser concordi, perché siano liberi dal sonno dell’individualismo e della tristezza. Gesù vorrà di nuovo accanto a sé proprio questi tre discepoli per potere salire con loro l’altro monte, quando sarà spogliato di ogni felicità. E dormiranno. Se non si mette a centro Lui si finisce per discutere su chi è il più grande o, semplicemente, per addormentarsi.

 

Pietro non sa bene che dire. Si lascia andare ed esclama: “È bello per noi restare qui! Facciamo tre tende!”. Pensa che la felicità sia una situazione da prolungare il più possibile, come un benessere da conservare. No. La felicità si vive e diviene interiore. Le tende bisogna costruirle nel mondo, nei cuori induriti degli uomini, nella vita ordinaria. Bisogna costruire tende dove risuoni la parola di beatitudine del Figlio prediletto, che tutti possiamo ascoltare e vivere. È bello per noi godere di questa luce. È bello che i fratelli stiano assieme. È bello perché nessuno può impadronirsene, perché la felicità è contagiosa, perché cresce comunicandosi. Questa santa liturgia è sua; è bella perché riflette, nella nostra povera debolezza, la forza luminosa dell’amore di Dio, forza che sarà piena in cielo. La stessa luce, luce del cielo, la contempliamo nella gioia dei poveri amati; degli anziani consolati; dei malati che riprendono a sperare, di chi è reso luminoso dalla compagnia di un estraneo diventato prossimo. È la stessa luce di quel monte, anticipo della luce del mattino di Pasqua.

 

I tre discepoli vengono raggiunti da una voce: “Questi è il mio figlio prediletto. Ascoltatelo!”. Sì, la luce dell’amore non è una magia ma un uomo, quello di sempre, che continua a camminare con noi. Resta lui solo, non videro più nessuno. È lo stesso Signore che rimane nella vita ordinaria, continuando a comunicare quell’energia di pienezza, di luce, di pace che trasfigura la vita del mondo. Luce che ci viene affidata per la gioia di coloro che sono nelle tenebre e nell’ombra di morte, per liberare il mondo dal buio, per illuminare la notte del dolore.

 

Mons.Vincenzo Paglia

I Domenica di Quaresima

25 Febbraio 2009

Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

 

 Passare per il deserto e poi uscirne

 

 

Gli Israeliti sperimentano prima il deserto con le sue insicurezze e le sue privazioni, per poi convincersi dell’inutilità dell’uomo e della grandezza di Dio che ama e riconcilia. Infatti la disavventura del popolo nella steppa è avvincente e multilaterale, piena di esperienze, imprevisti, arrendevolezze e perseveranze alterne in uno stato nel quale ci si trova soli, molte volte privi di sostegno e di stabilità anche materiale, con il solo sostegno morale di Dio e della solidarietà reciproca, e in preda all’indigenza e alla fame che fanno rimpiangere i tempi della schiavitù dell’Egitto, nella quale si era costretti ad assistere ai lieti banchetti dei potenti signori e del faraone e ad accontentarsi delle loro briciole, dovendo consumare nient’altro che cibi meschini e frugali come legumi e cipolle: lì almeno quelle c’erano e sia pure nella ristrettezza ci si nutriva in modo da reggersi almeno in piedi, ora invece non c’è più neppure alimento povero e precario, per cui si mette in dubbio perfino la sopravvivenza.

 

Il grande intercessore Mosè invita alla calma e alla fiducia nel Signore, che non mancherà di provvedere egli stesso al sostentamento di tantissima gente che il libro dei Numeri stima intorno alle 650000 persone e garantisce la futura ricompensa proporzionata agli attuali sospiri; ma il deserto è sempre il deserto, le necessità sono sempre più impellenti e improcrastinabili, per cui le insistenze e le infedeltà del popolo si accrescono ogni giorno di più suscitando a più riprese la correzione divina.

 

Tuttavia, in questa continua lotta senza esclusione di colpi fra i richiami di Dio e l’infedeltà dell’uomo messo alla prova, Israele fa esperienza appunto di una dimensione inaspettata e frustrante che è il deserto. Con questo termine si intende la situazione di smarrimento personale ma anche di privazione e di nullità che portano a riconoscere la nostra insufficienza e la necessità di dipendere da Dio come pure la considerazione che nulla l’uomo può senza il sostegno che gli deriva dall’alto. L’esperienza del deserto, affinata al digiuno, alla mortificazione e alle lacrime implorative induce così andare oltre noi stessi e a dischiuderci verso Dio nel concreto atteggiamento di preghiera e di filiale devozione perché se tutto dipende da Lui, a lui ci si deve affidare in tutto.

 

Ma l’esperienza della precarietà e delle dune è anche occasione per comprendere che noi siamo oggetto del Suo amore poiché Lui non prova nessuno senza una ragione plausibile, senza una motivazione relativa al presente di bene e senza mirare al futuro di gloria definitiva: appunto perché Dio ci ama e vuole recuperarci dal peccato, noi siamo esposti al deserto della prova, del dolore e della sofferenza che non è mai finalizzata a se stessa e proprio l’esercizio costante produce i frutti della virtù e della gioia. Il deserto è quindi occasione della scoperta dell’amore di Dio e della convinzione che cambiare direzione muovendo verso di Lui è conveniente quanto dannoso è allontanarsi da Lui ed eludere il suo richiamo alla riconciliazione e alla gioia.

 

Che cosa ha fatto Gesù nel deserto? A differenza di Matteo e Luca, che su questo racconto sono molto più articolati e lineari, Marco è piuttosto reticente e lascia solo alla nostra intuizione la specificità contestuale dei giorni trascorsi fra le lande di Giuda; tuttavia è molto esplicito ed esauriente quando afferma che a condurre Gesù nel deserto è lo Spirito Santo: ciò vuol sottolineare che le tentazioni di Satana e le varie precarietà di quel tempo ostile e avverso corrispondono al d un piano determinato del Padre che vuole dal proprio Figlio l’immolazione già nella tentazione e sottomissione a quelle forze che lui stesso avrebbe potuto ben dominare. I “quaranta giorni e notti” di fame, miseria e precarietà stanno a significare la preclusione di ogni certezza e di ogni garanzia e forse incutono anche il dubbio sopravvivenza: chi potrebbe resistere a lungo privo dei necessari sostentamenti materiali e delle condizioni atmosferiche ottimali al fisico umano? Chi potrebbe resistere alle intemperie della stesa superficie astrusa e inospitale di quella terra irta di pericoli e insidie anche animali e di imprevisti inaspettati come quello dei predoni? Eppure il deserto è il luogo in cui Gesù affronta e supera ogni prova per ergersi invitto e trionfante, proprio come avverrà nell’ora delle tenebre, quando uscirà vittorioso dal sepolcro, dopo che per opera dello stesso Satana sarà stato consegnato alla morte. Marco ha premura semplicemente di mostrare che il deserto per Gesù non è un pericolo ma è un’occasione propizia che gli consente di sperimentare, nelle limitatezze della carne, il sostegno immancabile di Dio, facendolo sempre più convinto e motivato del suo amore. Ecco perché Marco, dopo aver parlato in poche parole del deserto di Gesù, prorompe improvvisamente con la sua esclamazione: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” che vuole indicare che adesso è il momento favorevole, il tempo propizio (greco pleron) della vicinanza di Dio con il suo popolo, l’occasione unica per sperimentare il Suo amore e la sua misericordia di riconciliazione e di convincersi della veridicità della sua Parola; di conseguenza Gesù ci invita a mutare radicalmente le nostre convinzioni e la forma mentis, a trasformare i nostri propositi e gli intendimenti e i processi culturali e le impostazioni mentali ai fini di cambiare vita orientandoci verso di lui. L’invito che ci viene rivolto è insomma quello della conversione e procede soprattutto dall’esperienza di umiliazione del Figlio di Dio che dopo essere stato definito dal Padre “il prediletto” (=l’amato) ora sceglie di sua spontanea volontà le sottomissioni e le mestizie del deserto e che sperimenta per noi ogni sorta di mancanza morale e materiale per poterci indicare la via migliore per la nostra vita presente e futura.

 

Il deserto delle nostre metropoli o delle nostre case garantite e protette non è paragonabile a quello vissuto da Gesù e prima ancora dagli Israeliti, ma la Chiesa favorisce in ogni caso un luogo nonché un tempo privilegiato in cui l’amore di Dio si sperimenta ugualmente e viene effuso nei nostri cuori per propagarsi verso gli altri; tale è il periodo lituirgico da noi iniziato da pochi giorni, che ci condurrà alla gioia della Resurrezione dopo averci permesso di sperimentalre l’amore di Dio che prende corpo nella nostra vita di insufficienze e di peccato dalla quale siamo chiamati a svincolrci. La Quaresima (quaranta girni) compendia appunto tutte queste garanzie e comporta che troviamo in Cristo la nostra meta per uwcire dal deserto del peccato e della solutudine molto spesso frintesa con il clamore della confusione odierna vuota e meschina. Il tempo che ci si profila si caratterizza come occasione di raccoglimento e di preghiera associate alla pratica dell’ascesi, del digiuno e delle varie privazioni che contribuiscono ad attribuire a noi stessi il giusto valore che è sempre quello di subordinazione nei riguardi di Dio, e soprattutto dischiudono le porte all’amore effettivo verso il prossimo nei gesti concreti di carità e di condivisione. Ma non vale la pena intraprendere il nostro itinerario di scoperta dell’amore di Dio fintanto che non avremo compreso che le rinuncie e le privazioni, il deserto insomma, non sono mai fini a se stessi, ma che hanno di mira l’obiettivo della gioia infinita che ci attende nel Signore risorto.

 

 

P.Gianfranco Scarpitta

VII Domenica Tempo Ordinario

25 Febbraio 2009

Mc 2,1-12

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

 

La più grande guarigione, quella del cuore

 

Siamo abituati - e giustamente - ad avere grande cura della nostra salute, perché da lei dipende il nostro benessere e, quindi, la possibilità di una vita tranquilla.

 

Ormai ci siamo attrezzati di tutti i farmaci disponibili, per fermare i primi sintomi di malessere e, a volte, sembra quasi che la salute del corpo - certamente un grande bene - sia il segreto della ’salute’ del nostro io più profondo.
Ma è facile incontrare persone che sono in ottima salute fisica, eppure sono tristi o, peggio ancora, appartengono alla categoria di coloro di cui non ci si può fidare.

 

Quanti fratelli e sorelle ho incontrato, nella mia vita di pastore, a cominciare da quelli nelle carceri, fino a quelli che si incontrano quotidianamente, anche estremamente belli esteticamente, ma, ‘dentrò, senza un briciolo di ’salute’.
Per molti di questi le affermazioni di coloro che sono in ’salute’ non possono che apparire senza senso: ‘Mi sento bene ‘dentrò, sono in pace con Dio, con me stesso e con tutti. Faccio il mio dovere quotidiano con amore, come risposta alla volontà del Padre e, quindi, sono felice - per quanto è possibile su questa terra - tanto felice. La mia vita è amare ed essere amato’.
O, come di fronte ad una persona, che mi venne incontro abbracciandomi e sorprendendomi mi disse: ‘Sono tanto felice ‘dentrò e sento il bisogno di parteciparlo a chi incontro!’.

 

Gente davvero ‘in salute’, diciamo invece noi, rattristati da incontri con uomini, donne, giovani in apparenza ’sani’, ma con negli occhi una sfida o una indifferenza verso tutti, che fa paura, e li rende come di ghiaccio, o come avvinti da un ‘malessere’ che dà fastidio e non si può togliere con i medicinali, perché ‘è dentrò e sai che sei impotente e nessuno, se non Dio, può toglierlo: è un Suo Dono.
Il Vangelo di Marco, oggi, ci narra tutto ciò: “Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta ed Egli annunziava la Sua parola.
Si recarono da Lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo davanti, a causa della folla, scoperchiarono il tetto, nel punto dove egli si trovava, e fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati!
Seduti là erano alcuni scribi, che pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? Ma Gesù, avendo subito conosciuto il loro pensiero disse loro: Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo .lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.
Questi si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile!” (Mc 2, 1-12)

 

È davvero sconcertante questo racconto.
Anzitutto i parenti (credo) non si fermarono al fatto che tutto intorno alla casa vi fosse una calca che impediva di portare davanti a Gesù il malato, ma lo calarono dal tetto, dopo averlo ’sfondato’: quando si è sicuri che il Messia può compiere il miracolo, non ci si ferma davanti a nessun ostacolo. Cosi come, a volte, tanti di noi, di fronte ad una grave malattia di un nostro caro, non si fermano e fanno il giro di tutte le cliniche e specialisti, non badando a spese, nella speranza di trovare una cura ed ottenere la guarigione.
Ma Gesù, davanti al paralitico, svela una ‘malattia’, che non è quella fisica - seppur grave, perché non lascia camminare - ma va oltre: guarisce dalla ‘malattia’, che è il peccato e che è la ‘paralisi’ più pericolosa, che non consente di vivere bene l’esistenza, perché la persona è frenata dal vizio e dal male.

 

Purtroppo molti neppure considerano questa terribile ‘paralisi’ e, pur avendo a portata di mano il Sacramento della Penitenza, o confessione, si disinteressano di ‘camminare nella vera vità, ossia di guarire, riconciliandosi con Dio e i fratelli.
Forse tanti non riescono a calcolare la gravità di certi peccati, come la lussuria, la superbia, la violenza, il muro contro muro nelle famiglia o nella società e, anzi, hanno come l’impressione di ‘camminare speditamente’.

 

Si arriva al punto di vivere nel peccato come se niente fosse, non si ha neppure più il sintomo del male, che viene dal rimorso o da quel malessere, che ci accompagna quando non si è in grazia di Dio.

 

Non c’è nulla di più grave della ‘paralisi’ del peccato, che non ti fa più avere coscienza del male! Davanti, per esempio, alle tante vendette della malavita - o comunque la si chiami - tante volte mi chiedo: ‘Non sentono il rimorso? Hanno mai conosciuto la gioia di chi è in grazia di Dio? O cercano di coprire il rimorso con la violenza gratuita ed arrogante? Come fanno a non sentire il peso di una vita insopportabile, invivibile, irrespirabile, non solo umanamente, ma soprattutto lontana dalla gioia di chi vive bene, ossia con l’anima in pace?’.

 

Mi piacerebbe chiedere ad ognuno di noi: Che cosa è più bello, importante, per una vita vissuta nella pienezza della gioia: guarire da qualche male o guarire dalla ‘paralisi’ della coscienza? È più ‘appagante’ la pienezza di vita di coloro che sono in grazia di Dio o l’amarezza - spesso mascherata di cinismo e non confessata nemmeno a se stessi - che alla fine toglie anche la voglia di vivere?

 

Ma è davvero difficile conoscere la gioia della vita interiore, quando la coscienza è ‘paralizzatà dal ‘cancrò del peccato.

 

Diceva il grande Paolo VI: “Si parla tanto di coscienza come somma ed unica norma della propria condotta, ma se la coscienza ha perduto la sua luce morale, cioè la sensibilità del vero bene e del vero male, sensibilità che non può essere avulsa dal polo dell’assoluto, dal riferimento religioso, dove ci può condurre? A quali esperienze ci può abusivamente autorizzare? Basterà il codice penale a rendere buoni, onesti, giusti, gli uomini? Le basterà una correttezza legale?
‘lo sono un galantuomo, non faccio del male a nessuno, la mia fedina penale è pulità, basterà ad assicurare all’uomo il suo vero destino? E che diremo di quanti hanno soffocato la propria coscienza morale in omaggio ad una irrazionale libertà, una libertà passionale o venale o crudele o comunque una licenza ribelle alla legge divina? Una libertà, una licenza peccatrice?
Dio ci scampi da tale abuso della coscienza. Un giorno, quel giorno fatale del nostro diretto incontro con Dio, non potremo sentirci rispondere: Non ti conosco!

 

La nostra storia si fa drammatica. Chi ha la sapienza e il coraggio di guardarla con la coscienza morale, che apre gli occhi sul passato, si sentirà invaso da uno stato di tristezza, di paura, di tormento, il rimorso. È un momento critico ed intenso, al bivio di due strade decisive rivolte a direzioni contrarie: la disperazione (che Dio non voglia) o l’umile abbandono nell’ancora aperta misericordia di Dio” (12 febbraio 1975)-
Il peccato ci riporta alle nostre origini.

 

Dio cercò e cerca l’uomo, che aveva scelto e continua a scegliere se stesso, e, con voce paterna, certamente addolorata per il rifiuto del Suo Amore, lo interpella: ‘Uomo dove sei?’ e la risposta è stata e continua ad essere: ‘Mi sono nascosto perché sono nudo!’.
Ma non ci si può nascondere per sempre.
Dio è il Padre della parabola del figlio prodigo, che sa attendere tutti noi che, a volte, scegliamo di lasciare la sua casa, per fare della vita un’avventura da balordi.
Attende che noi ‘rientriamo in noi stessi e diciamo: Tornerò da mio Padre!’.

 

Il Padre non attende per punire, ma mostra la sua immensa gioia di averci ritrovati come figli, commosso ci corre incontro e ci getta le braccia al collo, dicendo: ‘Facciamo festa!’. È, se vogliamo, la storia di noi vescovi e sacerdoti che, come il Padre, attendiamo sempre i figli che si perdono, che rientrino in se stessi e tornino a casa, per poter fare festa con loro, la Festa della Riconciliazione.
Ricorderò sempre quell’uomo che, a Lourdes, di sera, seduto sulle rive del Gave, aveva l’aria disperata e, volendola fare finita con una vita che davanti alla Mamma Celeste era ormai insopportabile, per il male commesso, vedendomi vicino mi disse: ‘Come è difficile vivere così, senza una traccia di bene nella vita e con la voglia di farla finita per sempre!’. Ci si guardò negli occhi e lo invitai a fissare lo sguardo su Maria.
‘Ti pare che la Mamma non sarebbe più felice se tu guarissi dal tuo male interiore?’.
‘Come?’. ‘Con il sacramento della Riconciliazione, dove noi ci liberiamo da tutto il male e veniamo rivestiti della gioia di vivere’. Si confessò e poi non finiva di piangere per la gioia.
‘Che grazia - diceva - sono tornato a vivere, come un bambino!’.
A confermare la gioia di ogni ‘ritornò, come a darci una mano per avere fiducia nella misericordia del Padre, così oggi parla il profeta Isaia:
“Così dice il Signore: ‘Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa.
Io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a Me non ricordo più i tuoi peccati” (Is. 43, 18-21).

 

Preghiamo:
“Signore, conoscermi, conoscerTi, non desiderare altri che Te.
Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,
abbassarmi per farTi grande, non avere nella mente che Te…
morire a me stesso per vivere di Te.
Tutto ricevere da Te.
Temere per me e temerTi per essere tra i Tuoi eletti.
Diffidare di me stesso e confidare solo in Te.
Guardami e Ti amerò, chiamami perché Ti veda
E così goda di Te eternamente” (S. Agostino).

 

 

Mons. Antonio Riboldi

Messaggio di S.E. mons. Gualtiero Bassetti per la Madonna del Conforto

15 Febbraio 2009

vescovo

Sul sito Diocesano è possibile leggere in versione integrale il messaggio per la Madonna del Conforto del nostro Vescovo S.E. Mons. Gualtiero Bassetti

Messaggio del Vescovo