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CARTOLINE DELL’ANIMA

15 Dicembre 2009


CARTOLINE DELL’ANIMA
di Giovanna Renzini,
Paoline

 

Giovanna Renzini è giornalista professionista e lavora all’ufficio stampa della provincia di Pesaro e Urbino. Laureata in Scienze Politiche all’università di Perugia, ha collaborato con vari quotidiani. 

E’ stata segnalata più volte in premi letterari.

Cartoline dell’anima è un percorso alla ricerca di valori, sentimenti, emozioni che sono in ciascuno di noi, ma che spesso si ha paura di far emergere. In questa raccolta di racconti, i protagonisti hanno scelto la solidarietà, l’amore, la stima di sé, il recupero di una dimensione umana, in contrapposizione all’egoismo e al successo che spesso ci lasciano vuoti.

 

a cura di

Suor Lucia Zamboni

UN PAPA CHE NON MUORE

15 Dicembre 2009


UN PAPA CHE NON MUORE
di Gian Franco Svidercoschi,
Edizioni  San Paolo

 

Gian Franco Svideroschi nato ad Ascoli Piceno ma di origine polacche, segue da 50 anni i fatti del mondo vaticano e religioso.. Ha collaborato con Giovanni Paolo II alla realizzazione di Dono e Mistero- Lev.

L’autore presenta  nel suo libro  fatti inediti e privati della vita del Papa.  E’ un’analisi lucida e appassionante dell’eredità lasciata da Giovanni Paolo II. Il testo è racchiuso tra due istantanee: la morte del Papa e le origini polacche, la sua storia personale, i cambiamenti mondiali ai quali ha partecipato e dei quali è stato spesso ispiratore, le sfide del dialogo interreligioso, della pace, della santità.

 

a cura di

Suor Lucia Zamboni

IV Domenica di Avvento

15 Dicembre 2009

lc 1, 13-19

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Parola del Signore

Il vangelo di oggi ci propone l’incontro d’anima di due donne entrambe incinte. Maria ed Elisabetta sono parenti (1,36), cugine. Per la Bibbia essere parenti non indica tanto una consanguineità ma una similitudine di esperienze, e infatti la loro vicenda non solo si interseca ma è molto simile e vicina.
Entrambe hanno avuto un’illuminazione, un’intuizione profonda; ad entrambe, infatti, è apparso l’angelo Gabriele. A Maria direttamente (1,26-38), ad Elisabetta tramite il marito Zaccaria (1,5-25).
Entrambe si trovano in situazioni di chiusura, di non possibilità: Maria è giovane ed è soprattutto vergine, non conosce uomo e quindi non può nascere nessun figlio da lei; Elisabetta è vecchia e non può avere nessun figlio data la sua tarda età.
Ma l’angelo Gabriele è l’angelo che promette un figlio, un nuovo inizio quando nulla lo sembra presagire. In Lc l’angelo Gabriele ha proprio questo compito: annunciare la nascita di un figlio benedetto là dove sembra impossibile. Gabriele sembra quasi una levatrice, che annuncia e fa nascere “i figli”.
Maria crede a questo annuncio in-credibile, im-possibile, as-surdo (ab-surdus) alle orecchie umane e dice “sì”. Per questo canta il Magnificat: è il canto di chi si fida di Dio anche se sembra impossibile. Zaccaria, marito di Elisabetta al contrario, non ci crede, dice “no” e rimane muto e per questo non può cantare nulla.
Allora: anche quando sembra impossibile, qualcosa può succedere: “Nulla è impossibile a Dio” (1,37). Lo gnostico Silvano diceva: “Tieni il tuo spirito all’inferno e non disperare”.
Sembrava che una donna non potesse avere figli, aveva provato in tutte le maniere di rimanere incinta, ma non c’era riuscita, e così si era rassegnata. Aveva indirizzato le sue energie altrove e viveva il suo essere materna in maniera diversa. Ebbene: un giorno, in maniera inaspettata, rimase incinta.
Un’altra donna non riusciva a vivere la sessualità. Quando doveva incontrare il suo uomo si chiudeva, si irrigidiva per cui era impossibile ogni rapporto sessuale e ogni intimità. Avrebbe così tanto voluto!, ma quando ci provava scattava in automatico una molla di chiusura. Si sentiva una donna di serie B. Nonostante tutti i suoi tentativi di farsi aiutare la situazione non cambiava. Un giorno, come all’improvviso, le venne in mente, cosa totalmente dimenticata da decenni, di aver subito “attenzioni” da uno zio. Pianse, ne parlò e si disperò, ma da quel giorno tutto cambiò.
Un uomo non provava nulla. Tenerezza, amore, affettività, carezze, nulla di tutto questo lo toccava. Sapeva che erano cose belle e che desiderava, ma lo sapeva con la testa perché l’anima non percepiva niente. L’anima rimaneva inviolata da tutto questo. Lui non si arrendeva e continuava a provarci ma non succedeva niente, con grande suo sconforto. Ma un giorno, quasi per meraviglia, scattò qualcosa e iniziò a percepire la vita. Quant’era meraviglioso sentire una mano che ti accarezzava il viso! Quant’era meraviglioso abbracciarsi! Quant’era vitale sentire lo stupore riempirti l’anima e lasciarti senza parole o l’amore riempirti il cuore così tanto da sentirti traboccante.
Quante persone sono preda dell’angoscia, della disperazione più totale, del buio più nero. Tu fa’ la tua parte ma poi fidati; l’angelo a suo modo e a suo tempo verrà, non ti preoccupare.
Ad un uomo è morto il figlio ventenne di leucemia. È rimasto nell’angoscia, con un vuoto tremendo per quasi un anno. Lui ce la metteva tutta per non buttarsi giù, ma…; sapeva che la vita va avanti lo stesso ma non ne sentiva il motivo. Poi una mattina quel suo figlio lo sentì dentro di sé: da lì nessuno poteva ora più portarglielo via. La sua vita cambiò. Ora è un uomo vivo, con una grande profondità e spessore di vita.
Allora nella mia chiusura, nella mia disperazione, nella mia angoscia, io faccio la mia parte con tutte le mie forze. Ma so che certe cose non dipendono da me né dal mio impegno o dal mio sforzo.
Faccio la mia parte e poi mi fido; mi fido, attendo e so che qualcosa verrà; l’angelo verrà! Se tu non ti arrendi e continui ad attendere un angelo, prima o poi, arriverà. Cosa ti dirà non lo so, ma avrà qualche annuncio anche per te. Abbi fede e continua ad attendere. Se lo crederai con tutte le forze e rimarrai aperto al suo annuncio (cioè non vorrai stabilire tu cosa ti deve dire), Lui verrà e sarai fecondo e pieno.
Nell’A. T. Dio, nella prima creazione, aveva puntato sul maschile, su Adamo ma non aveva funzionato. Adesso nel N.t, nella seconda creazione, Dio punta sul femminile, su Maria.
Questo non è un’esaltazione della donna sul maschio, ma significa che solo l’amore, la tenerezza, la misericordia, l’ascolto, l’accoglienza, ci salveranno (valori riferiti tipicamente al femminile). Non sarà la forza, non sarà l’autorità, non sarà la potenza, non sarà la spada, non sarà la violenza, ma saranno l’amore e l’accoglienza che ci salveranno.
Nelle due nascite, i maschi non sono di sostegno: Zaccaria diventa muto durante la gravidanza della moglie Elisabetta (non ha creduto all’impossibile 1,20) e Giuseppe non partecipa alla generazione di Gesù.
Questo non vuol dire che fisicamente Zaccaria e Giuseppe non abbiano partecipato al concepimento dei loro figli, ma che in ogni uomo c’è una parte divina.
Era il modo con cui gli antichi tentavano di esprimere la realtà che noi siamo abitati da Dio, che l’Altissimo risiede realmente dentro di noi, che dobbiamo far nascere il divino che è un seme (messo da Dio stesso e non dal maschio) “seminato” dentro la nostra anima.
Se è un maschio a fecondare una donna allora si può pensare che rimaniamo nelle cose terrene. Ma se è Dio o un suo angelo o il suo Spirito a fecondare una donna, allora quel figlio viene da Dio.
Nella nascita del Battista e di Gesù, Zaccaria e Giuseppe hanno partecipato al concepimento; ma i vangeli riferiscono il concepimento dello Spirito proprio per significare che l’origine di quel figlio viene da Dio.
La grande verità è che io sono figlio di Dio. Provate a dirlo con me adesso, ciascuno per sé, a voce alta: “Io… (mettete il vostro nome) sono figlio di Dio”. Vi sembra strano? Eppure è così.

Il grande compito, non solo di ogni donna ma di ogni uomo, è “far nascere il proprio figlio”. La generazione materiale spesso è proprio contraria a questo: fare tanti figli a volte è solo un duplicare, un moltiplicare, un far nascere nella quantità.
Ma la vera generazione, la vera paternità a cui siamo destinati (cioè: è il nostro destino, la nostra chiamata) è quella di far nascere “il figlio” che c’è dentro di noi, che vuole nascere e che dobbiamo partorire.
In questo senso ognuno di noi ha solo un figlio. Per questo Gesù è il figlio unico di Maria e Giuseppe: non perché non avesse fratelli - e infatti ne aveva! - (livello materiale), ma perché per ogni rapporto e per ogni persona si deve far nascere “il figlio divino”, cioè la parte spirituale.
In questo senso è chiaro che c’è solo un figlio. In questo senso è chiaro che ciascuno è “madre”. In questo senso non c’è motivo di avere figli a tutti i costi, usando tutti i mezzi o manipolando la genetica.
Perché il compito essenziale, originario, per ogni uomo e per ogni donna è “mettere al mondo il proprio figlio Gesù (il figlio divino)”, l’anima che ci abita.
È per questo che i nostri figli muoiono di solitudine in discoteca o nei pub; è per questo che muoiono di vuoto e di insignificanza nelle piazze e nelle strade; è per questo che vegetano nei rapporti, ubbidiscono alla società e si conformano a ciò che fan tutti; è per questo che inghiottiscono ecstasy per una vita che non ha nulla di eccitante o di vitale.
Ciò che non riusciamo a trasmettere ai nostri figli e alle nuove generazioni è ciò che noi non abbiamo cercato e trovato: l’anima di ogni cosa.

La natura senza la sua anima, privata dello stupore e della meraviglia, diventa inquinamento e aria di morte.
Una creatura vivente, senz’anima, è come una pianta.
Un uomo senz’anima diventa un golem, zeppo di lustrini di Dolce e Gabbana, della Gas, della Benetton, di Armani, di trucchi e ritocchi, ma senza una linfa o un’energia che scorre dietro.
Una vita senz’anima diventa venduta al lavoro, alla produzione e all’efficienza.
Una carezza senz’anima diventa uno schiaffo e uno sguardo senz’anima diventa un giudizio.
Una coppia senz’anima diventa un compromesso e una religione senz’anima diventa pura formalità.
Un discorso senz’anima diventa “ciaccole” e pettegolezzi da bar, da osteria, da salotto di Maria De Filippi.
Il sesso senza la sua anima diventa sesso bestiale, da strada, da mercificare, da vendere e da comprare.
Il Natale senz’anima diventa un abbuffata di dolci, panettoni, auguri, regali e tristi mediocrità.
Diamo di tutto ai nostri figli, basta vedere cos’hanno negli zaini o nelle loro stanze. Gliele diamo perché tutte queste cose (appunto cose!) si vendono e si comprano. Ma è solo esteriorità.
Ciò che non riusciamo a trasmettergli è la nostra l’anima: questa non si compra e non si vende. Questa si passa solo per vibrazione, per passione, per intensità, per amore. E senza un’anima non si può vivere; senz’anima si finisce nell’inferno (di questa vita).
Come adulti mettiamo al mondo creature, facciamo nascere imprese e case; costruiamo giardini, creiamo posti di lavoro e produzione, generiamo giochi e divertimenti, hobbies e svaghi di ogni tipo. Diamo alla luce iniziative sempre nuove e partoriamo idee assai brillanti. Ma è tutto vano.
I nostri figli ci toccano ma non ci incontrano dentro: non ci conoscono in profondità (neppure noi!).
I nostri figli non conoscono l’invisibile che c’è in ogni essere e in ogni creatura.
I nostri figli non riescono ad entrare dentro di sé, dentro di noi, dentro gli altri, dentro al mistero della Vita. Rimangono in superficie e crescono superficiali, destinati a morire di noia e di banalità
I nostri figli muoiono per colpa nostra, perché noi adulti non sappiamo dare loro l’unica cosa che dovremmo dare loro: l’anima che ci anima, lo spirito che soffia in noi e il Dio che vuole essere partorito in noi.
Gabriele significa “forza di Dio, eroe di Dio”: e in effetti i due figli (Giovanni Battista e Gesù) saranno veramente dei portenti, degli eroi, delle forze di Dio.
C’è qualcosa di grande che devi partorire!
I nostri figli neppure sanno la forza di Dio (Gabriele) che hanno dentro: non lo sanno perché nessuno glielo dice. I nostri figli neppure sanno quanti grandi, immensi, divini siano: figli della Luce, dell’Amore e del Vento.

La parola Adamo ??? “uomo, umanità” è formata dalla parola “madre” ?? (em) in cui al centro c’è una porta (?). Questo è il compito di ogni uomo: ognuno di noi è Maria, è Elisabetta; ognuno di noi è madre.
Ognuno di noi deve partorire (la porta) il “figlio”, il divino che lo abita, il Dio-con-e-dentro-di-noi.
In certi momenti della vita a tutti noi è capitato, dopo un lungo discorso con qualcuno, di sentirsi vivo, di sentirsi nel cuore della vita, di sentirsi al centro dell’universo, di percepire di aver toccato l’anima dell’altro, di aver raggiunto e vissuto qualcosa di sacro. Perché?
In certi momenti a tutti noi è successo di aver toccato o accarezzato o di essersi unito al proprio amore e di aver raggiunto il sacro fuoco della vita, l’energia dello scoppio primordiale, di essersi sentito fuso con la vita e con ogni essere, di essere una preghiera vivente all’Altissimo. Perché?
In certi momenti a tutti noi è successo di aver vissuto qualcosa di così grande, che ha colmato e saziato il nostro cuore così in profondità, che ci ha riempito così tanto, da poter anche morire in quel momento, tanto ci si sentiva vivi e felici. Perché?
In certi momenti i nostri occhi brillavano così tanto che la nostra anima emergeva così viva e così chiara da potersi vedere e toccare, da poterla contemplare e ammirare. Perché?
In certi momenti il nostro volto era così radioso che si leggeva a chiare lettere che Dio era dentro di noi, che la pace dimorava nella nostra pelle e che l’amore si diffondeva e viaggiava in tutto il nostro essere. Perché?
In quei momenti “il figlio” veniva alla luce, l’anima si faceva spazio e l’invisibile visibile.
Se non sono “madre di Dio” allora mi rifugio nella materialità e nell’esteriorità. Continuerò a produrre (soldi, figli, ricchezza, successi, nuovi traguardi e nuove imprese) e a moltiplicare (iniziative, hobbies, incontri, amicizie, trofei) ma rimarrò senza vita e senz’anima.
Se non sono “madre della vita” allora sono sterile di vita. Natale non può che essere che partorire “il Dio che ci abita”, che, come diceva Etty Hillesum, “è sepolto e dorme dentro di noi; è seppellito nella nostra vita e ci attende”.

Quando Maria ed Elisabetta si sono incontrate forse si saranno abbracciate, accarezzate e toccate fisicamente. Ciascuna, infatti, aveva motivi validi per consolare e rassicurare l’altra. In ogni caso si sono toccate nell’anima, incontrate nel profondo e le loro anime hanno esultato (1,47).
Elisabetta, dice il vangelo, urla di gioia (1,42) e Maria canta il Magnificat (1,46).
Quando si incontrano non si dicono: “Sapessi che stanca che sono! Nessuno mi aiuta! La fatica maggiore la facciamo sempre noi donne! Che rottura! Adesso dobbiamo cambiare casa! Mio marito non c’è mai!”.
Non si sono vomitate addosso tutte le difficoltà e le loro paure - e ne avevano ben motivo!-. Quando si sono incontrate, visto che era un bel po’ che non si vedevano (forse qualche anno), non si sono raccontate di che fine aveva fatto il vicino di casa, di cos’era successo a quel parente, a quella coppia che non andava d’accordo, ecc: “Sapessi cos’è successo a… ho una novità da dirti: ti ricordi di… si dice in giro che…”.
Quando si sono incontrate Maria ed Elisabetta hanno parlato di sé, di cos’avevano dentro, di cosa provavano.
Elisabetta ha urlato a Maria la gioia di averla qui con lei e quanto fosse felice di ciò che le stava capitando. Elisabetta ha detto a Maria di come il suo cuore, il suo animo (il bambino), fosse toccato da Maria.
Maria parlava ad Elisabetta ed era così felice che cantava. Maria si sentiva così accolta da Elisabetta perché finalmente poteva dirle tutto ciò che percepiva dentro di sé.
Questa è amicizia. Questa è relazione di coppia. Questo è amore. Questo è ciò che ci riempie: quando nelle nostre relazioni le nostre anime si sfiorano e si toccano.
Ci sono tre cose che ci riempiono nella vita. Entrare nell’animo di qualcuno: allora ci sente parte della sua vita. Far entrare qualcuno nel nostro animo: allora si sente qualcuno parte della nostra vita. Entrare nel mistero della Vita: allora ci sente in comunione, in unità con il Tutto.

Il vangelo lascia delle piccole annotazioni che ci aiutano a capire che neppure il rapporto tra Maria ed Elisabetta deve essere stato facile.
Elisabetta era avanti nell’età e il tempo per essere donna e madre per lei era passato. Maria invece era giovane e all’inizio. Elisabetta avrebbe potuto essere molto gelosa di Maria.
Maria si mette in viaggio: forse fra le due s’era creata distanza.
Un viaggio attraverso le montagne: forse fra loro c’erano degli ostacoli, delle incomprensioni.
Maria raggiunge in fretta Elisabetta: forse fra di loro c’era qualcosa di urgente da risolvere.
Maria entra nella casa di Zaccaria (e non si dice di Elisabetta, visto che era anche casa sua!): forse Elisabetta non si sente accettata dal marito, non si sente “a casa sua”, forse ha bisogno urgente di accoglienza, di affetto, di qualcuno.
Che sia stato storicamente così o che sia solo un simbolo mitico non importa. Ciò che conta è il senso dell’incontro per queste due donne e per ogni uomo.
Maria ed Elisabetta si sono incontrate nel profondo, nella loro parte più vera.
È questo che dobbiamo fare nelle nostre relazioni: incontrarci nel nostro essere profondo e non nel nostro apparire, nel nostro voler dimostrare o nelle nostre maschere. Noi non siamo quello.

Non importa quanta distanza ci sia tra me e te. Non importa cosa ci sia di irrisolto o di sospeso tra di noi. Non importa se tu o io siamo in difficoltà, in crisi, in preda all’angoscia o al panico. Non importa se si è creata della distanza fra di noi. Perché se ci possiamo incontrare nell’anima, allora tutto questo viene spazzato via in un attimo.
Dobbiamo tornare ad incontrarci nella nudità del nostro essere: aprirci per dire le nostre paure, ciò che ci fa male, ciò che ci ferisce, le nostre gelosie e invidie, le nostre meschinità, le cause dei nostri pianti, le nostre sofferenze; aprirci e raccontarci i nostri sogni, i nostri amori, le nostre intuizioni, ciò che desideriamo, i nostri segreti, il mistero che è in noi dove vogliamo andare, chi siamo agli occhi di Dio.
Dobbiamo, cioè, darci l’anima e non delle parole quando parliamo; l’anima e non un corpo quando facciamo l’amore; l’anima e non dei riti quando preghiamo. Allora sì che ci incontreremo e che sperimenteremo la sacralità della vita. E se tutto questo qualche volta fa male o è difficile o ci fa soffrire, pazienza, perché la Vita è qui.

Abele ??? vuol dire “vanità, colui che non è”, ciò che è illusorio, che non ha realtà (fondamento ontologico).
I nostri figli, noi stessi e tutta la società faranno la fine di Abele (moriranno) senza anima.
Se il Figlio non nasce, il mondo non si può salvare. Se il “nostro figlio” non viene partorito non ci salveremo.
Faremo come Caino ??? (Caino vuol dire “acquisire”) che invece di acquisire ciò che lui considera niente (Abele), lo uccide. Ma ciò che uccide non è nient’altro che suo fratello, ciò che gli manca.
Ogni volta che io uccido la mia anima, il mio figlio divino che deve nascere, non sto che uccidendo ciò che mi manca e ciò di cui più ho bisogno.

Siamo fuori dal Toys e vengono avanti un padre, la madre e la figlia di sei-sette anni pieni di pacchi di ogni tipo. La figlia “frignotta”, si continua a lamentare e a fare i capricci. Il padre le dice: “Ma cosa vuoi di più, ti abbiamo preso di tutto!”. La figlia: “Dai papà, per favore, mi prendi la mano?”.
È dell’anima, dell’amore, del cuore, del profondo che abbiamo bisogno. Questo ci salverà.

Pensiero della Settimana

Mi avete dato un nome
Mi avete dato un viso
Ma quello di cui più avevo bisogno
Non me lo avete dato.

Mi avete insegnato a camminare
Mi avete vestito
Ma che esiste qualcosa come l’anima
Non me lo avete detto.

Mi avete dato da mangiare
Non mi sono mai trovato nel bisogno
Ma di quelli che si chiamano sentimenti
Non me ne avete mai parlato.

Se ero ammalato mi curavate
E poi guarivo anche
Ma la gentilezza fuggiva
Da questa necessità.

Ora devo continuare a lottare
Le ombre sono così potenti
Ma prima o poi verranno vinte
La sensazione è meravigliosa.

E’ come se la mia vita
Fosse qui solo
Per donarmi questo ancora una volta
Solo allora arriva il sì. (Senza radici non si vola, 194)

 

Don Marco Pedron

Domenica delle Palme

3 Aprile 2009

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco

- Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo
Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

- Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

- Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

- Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

- Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

- Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

- Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

- Cominciò a sentire paura e angoscia
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

- Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

- Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

- Non conosco quest’uomo di cui parlate
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

- Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

- Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

- Condussero Gesù al luogo del Gòlgota
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

- Con lui crocifissero anche due ladroni
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

- Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

- Gesù, dando un forte grido, spirò
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

- Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro
Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Parola del Signore.

 

 

Dio si fa vicino a noi

 

Stiamo entrando nella Settimana Santa, dopo il lungo periodo della Quaresima, che nella mente di Dio e della Chiesa era un accostarsi al grande Mistero della Resurrezione, risorgendo anche noi con la conversione, la penitenza, l’ascolto della Parola e la carità dal digiuno.
La Settimana Santa non può essere ridotta a un ricordare eventi, grande manifestazione di quanto Dio ci ama concretamente, solo con una partecipazione rituale, ma occorre farsi immergere in questi Misteri, che hanno inizio oggi con la domenica delle Palme e culmineranno con la Pasqua, ‘il nuovo giorno del Signore, che non avrà più terminé.
Ascoltiamo quello che Paolo VI in questa occasione, nel 1966, diceva ai fedeli:
“Siamo nella Settimana Santa, quella che nella tradizione della Chiesa è stata chiamata ‘la GRANDE SETTIMANA’. Citeremo una bella pagina di San Giovanni Crisostomo (verso la fine del IV sec.). ‘Eccoci finalmente giunti alla fine della santa Quaresima…per grazia di Dio siamo arrivati a questa grande settimana… Perché la chiamiamo grande? Perché in essa si sono verificati per noi alcuni beni grandi e ineffabili. In essa infatti si è conclusa la grande guerra, estinta la morte, cancellata la maledizione, soppressa la schiavitù del demonio. Dio si è riconciliato con gli uomini, il Cielo si è fatto penetrabile, gli uomini con gli angeli si sono uniti, le cose che erano distanti si sono congiunte, rimossa la barriera, il Dio della pace ha reso pacifica ogni cosa sia in cielo che in terra’.
E’ cioè questa Settimana, in cui la Chiesa ravviva la memoria che rende operante il Mistero della nostra Redenzione, cioè della nostra elezione alla vita cristiana e della nostra salvezza. Voi tutti troverete naturale che noi profittiamo di questo incontro per esortarvi ad attribuire a questa Settimana l’importanza che le è propria e a considerarla centrale e decisiva per il corso spirituale di tutta l’annata.
Questo comporta un dovere, conferisce un diritto: quello di partecipare, in qualche forma e misura alle celebrazioni della Settimana Santa. Questa non è semplicemente un momento dell’anno liturgico, ma è la sorgente di tutte le altre celebrazioni dell’anno liturgico, perché tutte si riconducono e si riferiscono al momento pasquale”.
Ora tocca a ciascuno di noi entrare in questo spirito, anzi immergersi non come spettatori, ma come attori….per la nostra Pasqua!
DOMENICA DELLE PALME
Ci volle un gran coraggio da parte di Gesù per entrare in Gerusalemme quel giorno, che ora chiamiamo ‘delle palme’. Sapeva molto bene e Lo avevano avvertito gli stessi Apostoli, che ormai ‘il vaso dell’odio, della volontà di togliere di mezzo Uno che disturbava o addirittura, secondo i farisei, metteva in discussione la religione dei Padri, traboccava’.
Gli Apostoli avevano la sensazione che questa volta sarebbe successo qualcosa di tragico, ma non prevedevano la morte di Gesù, tanto meno la tragedia della passione e crocifissione. L’aveva detto, sì, tante volte, Gesù, senza mai essere capito: un giorno ‘sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei - ossia i custodi della legge di Dio, custodi che Gesù non aveva esitato a definire, per la loro falsità, ‘ipocriti’, ‘razza di vipere’, ‘sepolcri imbiancati’ - Lo avrebbero fatto arrestare, flagellare e condannare a morte. E’ necessario - aveva sottolineato Gesù - ma poi il terzo giorno risorgerò’.
Era la via obbligata, perché la sola per restituire gli uomini, noi, all’amore del Padre, senza il quale la vita non ha senso. Gesù dirà, nell’agonia del Getsemani: ‘Se è possibile, Padre, allontana da me questo calice, ma si compia in me la Tua Volontà’. E’ la meravigliosa via della donazione completa e, anche se pare un paradosso, diviene la gioia di chi ama.
Ma la mattina della domenica ‘delle palme’, pare che Gesù voglia colorare di speranza, di voglia di pace, le strade di Gerusalemme. Cavalca un puledro. Ed è commovente fino alle lacrime vedere il nastro Dio, fattosi uno di noi, vicino a noi, come uno di noi, passare tra di noi su quell’asinello, come a suscitare gioia, anziché imporre timore per il prestigio. Ha la debolezza del bambino. Eppure nei pochi anni di presenza tra gli uomini, quella ‘debolezza’ aveva spesso ceduto il passo a grandi segni di ‘fortezza’. Una forza che era il segno della Verità e dell’Amore, che non necessitano di esteriorità. Marco, l’evangelista, racconta quella domenica:
“Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il Monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse: Andate nel villaggio, che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale mai nessuno è salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo? rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: Perché fate questo? Risposero: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito e li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada ed altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e venivano dietro, gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! (Mc 11, 1-10).
Queste invocazioni di grande festa, sono nello stesso tempo una proclamazione di fede, come si dicesse: Credo e faccio festa perché Tu sei davvero il Messia mandato dal Padre. Credo e faccia festa perché in Te e con Te è venuto tra di noi il regno del Padre. Osanna!.
C’è in queste parole tutta la speranza di quanti ponevano la loro fede in Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria. Gerusalemme era piena di contraddizioni, come sono del resto le nostre città oggi. Conosceva egoismi, odi, violenza, sopraffazioni, ipocrisia, emarginazione, ecc.
Almeno in apparenza, sembra non ci fosse posto - o non c’è posto oggi -per la bontà. Non c’era posto - forse non c’è posto oggi - per la speranza.
Ma quel mattino delle palme, Gesù fendeva come una lama questa coltre di disperazione e di morte dell’uomo e tracciava una scia di grande speranza, di certezze, di vittoria: la vittoria dell’amore, che sarebbe diventata la novità e la certezza dell’umanità.
Commuove allora contemplare il viaggio di Gesù su un asinello, in mezzo ad una folla in tripudio: un tripudio che era come un cantare vittoria all’Amore, che sceglie di cavalcare un asinello, di mettersi un grembiule per servire, di salire sulla croce per dare vita, di farsi Pane del Cielo nell’Eucarestia, perché, chi di noi lo vuole, possa condividere morte e resurrezione, dolore e felicità, umanità e divinità.
Non so cosa è passato nel cuore di Gesù in quel viaggio.
Forse il suo sguardo si è fermato su quanti fra pochissimi giorni lo avrebbero strattonato, picchiato; deriso nella passione. Lui era abituato e lo è anche oggi a leggere nei cuore dell’uomo, che incontra. Forse lo sguardo si posava sui suoi discepoli che quel mattino partecipavano orgogliosi alla festa; sentendola un poco anche loro. In fondo si sentivano ‘Suoi’, senza neppure immaginare che a distanza di pochi giorni, per paura di essere coinvolti o per la caratteristica debolezza della natura umana, sarebbero fuggiti, come di fronte ad un pericolo, lasciandolo solo. Forse i suoi occhi correvano lontano, al Calvario, dove il suo amore si sarebbe consumato come una torcia che vuole illuminare e ridare vita per sempre.
O forse guardava a me, a voi, che oggi agitiamo le palme e non abbiamo forse ancora deciso se metterci nella fiduciosa speranza dei veri amanti che cantano: ‘Tu sei la mia vita, altro io non ho’, ponendo ai suoi piedi ciò che siamo, con la bontà, ma a volte anche con le nostre ripetute manchevolezze. Forse non abbiamo questo coraggio, perché Gesù non è ancora diventato ‘il tutto’, come - almeno in apparenza - era quella folla che gridava: ‘Osanna!’.
Di conseguenza ce ne stiamo distanti, chiusi alla speranza e alla gioia, nella disperata certezza che nulla ci possa salvare.
Ci guidi in questi giorni la meditazione di quanto scrisse Paolo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio. ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltalo e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nomee, perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli sulla terra e sotto terra. e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil 2,6-11).

 

ORA TOCCA A NOI, IN QUESTA SETTIMANA SANTA, VIVERE QUESTI DIVINI MOMENTI DI AMORE DI DIO.
E’ INCREDIBILE SENTIRSI AMATI TANTO. NON PARTECIPARE CON FEDE E’ DAVVERO PREFERIRE IL BUOIO DEL CUORE ALLA LUCE DELL’ANIMA.
BUONA SETTIMANA SANTA.

 

Mons. Antonio Riboldi

V Domenica di Quaresima

29 Marzo 2009

Gv 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Attirerò tutti a me

C’era un tempo in cui la Chiesa, per proclamare la serietà del momento liturgico che stavamo vivendo, copriva statue, crocifissi e quanto altro di veli violacei. E faceva davvero impressione quel vedere scomparire alla nostra vista statue e, più ancora, crocifissi, come si fosse davanti ad un ‘dramma’ che doveva coinvolgere tutti i fedeli. Era un prepararsi alla grande settimana santa così vicina. Il Crocifisso, se ricordate, veniva scoperto solennemente, adorato e baciato, durante la Liturgia del Venerdì Santo: mentre tutto veniva scoperto e tornava come a fare festa con noi la notte della vigilia di Pasqua.

 

Anche se oggi tutto questo non avviene più, rimane però per tutti il dovere di entrare con fede e serietà in questo tempo, in cui ci accostiamo ai grandi misteri della settimana santa, che hanno il fine di condurci per mano ‘dentro’ la gioia della Pasqua. La Pasqua di Gesù risorto e la nostra pasqua di risorti, testimoni della speranza che è l’aurora senza tramonto dell’anima.
Il Vangelo di oggi ha tre momenti di grande riflessione.

 

Il primo: “Alcuni Greci si avvicinarono a Filippo e gli chiesero: Vogliamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea ed insieme andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata: e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a questa ora! Padre, glorifica il tuo nome!” (Gv 12, 22-33).
Gesù era lì a Gerusalemme per la Pasqua e sapeva molto bene che era giunto per Lui il momento della grande, incredibile prova di amore per noi: quell’ora che avrebbe cambiato la storia di noi tutti: da morti per il peccato a figli della gloria. Un’ora atroce ai nostri occhi, ma immensamente stupenda, nella mia, nella nostra vicenda umana.

 

Lui chiama “quell’ora”, il momento di gloria, davanti a noi tutti, a volte, malati di gloria di questo mondo (e quanto costa questa gloria umana!).
Non ha paura Gesù di dire parole che quasi ci scandalizzano: “L’anima mia è turbata!” e subito la tentazione di sottrarsi alla prova: “Padre, salvami da quest’ora!” Forse Gesù vedeva realizzare quell’ora, nella notte del giovedì, quando solo si ritirò nel Getsemani a prepararsi e difendersi da quell’ora. Nell’agonia dell’anima, sudando sangue, prega: “Padre, se possibile, passi da me questo calice: però si faccia, non la mia, ma la tua volontà”. Cerca compagnia dai tre cari apostoli, che aveva portato con sé, e li trova addormentati. Non avevano nemmeno sfiorato il grande dolore del Maestro, che mostra la durezza della prova e non la nasconde.

 

In tutto questo, Gesù, come è vicino alle nostre prove! Chi di noi non ha avuto momenti di sconforto, fino a sentirsi mancare ‘dentro’, a ’sudare sangue’ e, se ha fede, gridando a Dio: “Se possibile, passi da me questo calice!”
Quanta gente ho visto, a cui sono stato vicino, in un ‘Getsemani’, quasi sudando sangue, cercare solidarietà e non trovarla, e avendo fede, gridare a Dio: “Aiutami! Allontana da me questo calice!”

 

Ma è Gesù che descrive bene quale è la verità di un amore che desidera diventare “albero che dà molti frutti”. E lo dice con quelle famose parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, porta molto frutto”.
E’ legge dell’amore quella di morire per dare vita. Diversa dal pensare del mondo che, non solo non accetta di essere grano che muore per fare frutti, ma insegue e insegna insensatamente a essere albero con tanti frutti, ma senza la minima fatica.
Ripeteva spesso il mio caro don Clemente Rebora, un convertito: “Sono chicco di grano che deve morire…anzi, voglio essere concime perché il chicco di grano abbia vita e dia grandi frutti”. E così fu.

 

Scriveva Annalisa Tonelli, che dopo avere vissuto, nascosta al mondo, come chicco di grano, in Africa, accanto agli ultimi, venne barbaramente trucidata, come martire: “La mia vita ha conosciuto tanti pericoli. Ho rischiato la morte tante volte. Sono stata tanti anni in mezzo alla guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, la cattiveria dell’uomo. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile, che ciò che conta è amare. L’abbandono incondizionato è come la resa a Dio, che è fiducia e amore”.
Sono certo che tra i miei amici lettori, ci sono quelli che non trovano, qui in terra, chi possa sollevarli dalla prova: abbiate la forza di ripetere le parole di Gesù: “L’anima mia è turbata, e che devo dire? Padre, liberami da quest’ora”. “Padre glorifica il tuo nome!” Ed anche per voi è la voce del Padre: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”.

 

Ma non abbandonatevi mai alla disperazione, che è come affidarsi all’abisso. Il Padre non viene mai meno alla sua parola.
E’ bello risentire la preghiera che il Santo Padre, allora solo Cardinale, alla vigilia della morte di Giovanni Paolo II, che provò fino in fondo l’amarezza della passione, disse all’inizio della Via Crucis.

 

“Signore Gesù, per noi hai accettato la sorte del chicco di grano che cade in terra e muore per produrre molto frutto. Ci inviti a seguirti su questa via quando dici: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. Noi però, siamo attaccati alla nostra vita. Vogliamo possederla, non offrirla. Ma tu ci precedi e ci mostri che possiamo salvare la nostra vita soltanto donandola. La croce, l’offerta di noi stessi, ci pesa molto. Ma sulla tua ‘via crucis’ tu hai portato anche la mia croce e non l’hai portata in qualche momento del passato, perché il tuo amore è contemporaneo alla mia vita. La porti oggi per me e con me e, in modo mirabile, vuoi che adesso anch’io, come allora Simone di Cirene, porti con te la tua croce e accompagnandoti, mi ponga con te a servizio della redenzione del mondo.

 

Aiutami perché la mia Via Crucis non sia appena il devoto sentimento di un attimo. Aiutaci ad accompagnarti non solo con nobili pensieri, ma a percorrere la tua via con il cuore, anzi con i passi concreti della vita quotidiana…Liberaci dalla paura della croce, dalla paura di fronte all’altrui derisione, dalla paura che la nostra vita possa sfuggirci, se non afferriamo tutto ciò che essa offre. Aiutaci a smascherare le tentazioni che promettono vita, ma le cui profferte alla fine ci lasciano soltanto vuoti e delusi. Aiutaci, accompagnandoti sulla via del chicco di grano, a trovare, nel ‘perdere la vita’, la via dell’amore, la via che ci dona vita in abbondanza” (Preghiera iniziale Via Crucis).

 

Un secondo momento, che l’evangelista Giovanni ci offre, è quello, inatteso, ma necessario, per mostrare a tutti noi che quel grano caduto in terra non è una storia, sia pure stupenda, che finisce, ma ha una preziosa conferma che il turbamento conoscerà la Sua gloria: una gloria che si manifesterà proprio nel momento in cui sembra che la croce sia il ‘fallimento di Dio’.

 

Dopo avere espresso il suo turbamento, dalle labbra di Gesù esce questa domanda al Padre: “L’anima mia è turbata: e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e di nuovo Lo glorificherò”. La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Rispose Gesù: questa voce non è venuta per me, ma per voi….Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire” (Gv 12,20-33).

 

E’ il terzo momento che ci viene proposto da fare nostro. “Attirerò tutti a me!” E che sia vero che quella croce ha attirato e attira noi cristiani, è la storia della nostra vita di fede. Chi di noi, nei momenti di ‘passione’, non ha rivolto il suo sguardo al Crocifisso, cercando una risposta al suo dolore e vedendo in Lui la ragione e l’esempio del dolore?
Leggendo la vita di tanti santi e di gente che sono accanto alla nostra vita, quanto è vera l’attrazione del Crocifisso! Quante volte Lo stringiamo, come a sentirci in croce con Lui e quindi morire e risorgere con Lui! In Lui vediamo dolore e amore, come fosse non solo una sola anima, ma l’anima di tutti quanti sono stati attirati da Lui.

 

Il mondo si fa affascinare dalla gloria, che è l’effimero che passa in fretta. E quanta gente, finita quella apparente gloria, si sente vuota, fino a non trovare la ragione e la bellezza della vita.

 

Ben diversa l’attrazione di Gesù dalla croce da quella del palcoscenico della fiera delle vanità, che seguiamo, tante volte magari correndo invano, per arrivare ad una gloria che, alla fine, abbiamo l’impressione sia solo un trono di superbia.
E’ un vero dono della grazia quello di farsi attirare dalla croce di Gesù!
Ma abbiamo la forza e la fede, in questo tempo di quaresima, di alzare lo sguardo verso la croce e sperimentarne l’attrazione?

mons. Antonio Riboldi

IV Domenica di Quaresima

19 Marzo 2009

Gv, 3-14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Che follia non farsi amare!

Oramai si stringe il tempo che ci accosta alla Santa Pasqua, “quel grande giorno del Signore”, “un giorno senza tramonto per l’eternità”, in cui esplode una dimensione che non possiamo nemmeno immaginare. I Santi di tutti i tempi, ancora oggi; questa dimensione dell’amore di Dio, che vorrebbe invaderci fino ad occupare tutto di noi, come unico bene e sola immensa felicità, hanno avuto la gioia incontenibile di non solo immaginarla, ma di viverla.

 

Chi di noi si reca a La Verna, nella chiesetta dove S. Francesco ricevette le sacre stimmate, rimane sbalordito dal suo amore, che chiese di provare amore e dolore per vivere Cristo: per lui era la somma felicità.
Ma si ha come l’impressione che la Quaresima, la Pasqua, oggi, per troppi sia un tempo senza alcun valore divino. Non si accorgono di essere immersi in un mondo fatto di nulla e questo nulla diventa il terribile vuoto del cuore.

 

Lo vogliamo o no, miei carissimi carissime, possiamo fare a meno di tutto, ma non dell’amore di Dio. Dio è tutto, il resto è superficialità o pericoloso nulla, se non un inferno inconfessabile. Eppure non si vuole neppure entrare in se stessi e trovare la via di casa, come fece il figlio prodigo (una parabola che in questo tempo dovremmo meditare a lungo) che, dopo avere abbandonato la casa del Padre, sicuro di trovare fuori una effimera felicità, alla fine fu lasciato solo - la nostra solitudine - in totale miseria, lui così ricco nella casa del Padre, costretto a fare da guardiano dei porci e rubare le ghiande a loro destinate. Ma alla fine lo Spirito suscitò la nostalgia del Padre e “rientrò in se stesso” e disse: Tornerò da mio Padre.

 

L’incontro con il Padre, che lo attendeva sulla porta di casa, è una riga di Vangelo che fa piangere di commozione quanti ancora hanno conservato un briciolo di desiderio del Cielo. Anche solo immaginando la scena, descritta direttamente dal cuore di Gesù, non si può che commuoversi nel vedere il padre che, scorgendo da lontano il ritorno del figlio, gli corre incontro, e, commosso, gli getta le braccia al collo e lo bacia e dice: “facciamo festa, perché questo figlio era morto ed ora è tornato a casa”. E lo veste di vesti nuove, come a voler strappare tutto lo sporco con cui il mondo gli aveva rivestito la vita come di una seconda inaccettabile pelle.

 

Il Vangelo di oggi torna solennemente a proclamare questo Cuore misericordioso di Dio. “Gesù disse a Nicodemo: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio unigenito nel mondo per giudicare, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv 3,14-21).

 

Come dovrebbe suonare dolcissimo al cuore di tutti: “Dio ha tanto amato il mondo…” Siamo assetati di amore, ma forse lo cerchiamo altrove, senza di Lui.

 

Viene da chiederci se è possibile che ci sia qualcuno che possa vivere rifiutando o ignorando questo amore? E’ possibile perché l’amore è un meraviglioso dono che esige da parte nostra un sì libero, totale. Ci si vuol bene in due! Dio e noi.
Ma sembra proprio che in tutti i tempi, dalla creazione, tante volte abbia la meglio seguire il proprio egoismo, come fu per Adamo ed Eva, che alla fine si trovarono “nudi”: la stessa nostra nudità, che però rincorriamo testardamente, per non accettare quel grande amore del Padre.

 

Raccontano le Cronache della S. Scrittura: “Il Signore Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora…Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine senza più rimedio” (Cr 36, 14-19).

 

Fa impressione come la stessa insensibilità, o peggio ancora il rifiuto dell’amore misericordioso di Dio, sia evidenziato nelle parole che Paolo VI, allora cardinale a Milano, disse nel lontano 1962, a Pasqua: “Vi è una grande parte del mondo moderno che considera Cristo, per usare la parola stessa del Vangelo, il bersaglio della contraddizione. Cristo è il nemico: ma perché? Sarebbero da ripetere le patetiche e stringenti domande del Venerdì Santo, quelle che la liturgia pone drammaticamente sulle labbra di Cristo morente, le così dette “Lamentazioni”. “Popolo mio che ti ho mai fatto? In che cosa ti ho contristato? Rispondimi”. Cristo che ha dato all’uomo la coscienza della sua dignità, che gli è stato maestro di vita, che è stato per il mondo la sorgente della libertà, della pace e dell’amore. Cristo è il nemico, dicono. Deve morire. Bisogna sopprimere il suo ricordo, la sua dottrina, la sua Chiesa. Paesi interi, lo sappiamo, fanno di questo furore anticristiano la loro bandiera”.

 

E non ci vuole tanto per vedere come questo sia vero. C’era un tempo cui le nostre famiglie davvero vivevano nel nome e con una presenza di Dio in tutto e sempre…era una vita economicamente difficile, ma era ricca di tutto ciò che dona la presenza di Dio.

 

Oggi sembra che, sicuramente tante volte per ignoranza, Cristo sia bandito dai discorsi o dalle preghiere in famiglie…come non esistesse più. A volte è anche difficile trovare nelle case qualche segno dell’amore di Dio, nel crocifisso. Quello che è ancora più doloroso è quella scomparsa dal ricordo e dall’amore, come fosse un inutile intruso e non l’amico che ci attende a braccia aperte, come sulla o croce, pronto a gettarle sul nostro collo.

 

Ma scomparso Dio dalla nostra vita, chi o cosa ci rimane che ci assicuri pace, gioia, serenità e sopratutto tanta voglia di volersi bene? Deve essere “duro”, anche per Gesù, vedersi rifiutato, Lui che ci “ama tanto, e per l’eternità”, come nessuno di noi sa dare o fare?
Suonano oggi come un dolcissimo richiamo, che dovrebbe smuovere le nostre coscienze come quando siamo colpiti da una persona che all’improvviso ti dice “ti amo”.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Non è venuto tra noi per giudicarci, ma per salvarci per mezzo di lui”. Eppure noi, che certamente non siamo i più adatti a essere giudici dei nostri fratelli, perché “dentro” ci sentiamo peccatori, a volte ci indigniamo e gridiamo sia fatta giustizia per chi sbaglia: una giustizia che non conosce misericordia, ma solo punizione.

 

Ricordate quel meraviglioso racconto della donna adultera, nel Vangelo? I suoi concittadini l’avevano colta in fragrante adulterio, un peccato che allora veniva punito con la pubblica lapidazione, morendo così “due volte”, la prima per il disprezzo di tutti e quindi con la lapidazione. La portano davanti a Gesù, chiedendo un suo giudizio e lo fanno per metterlo alla prova. La risposta alla domanda è di quelle che costringono a riflettere: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Poi, come volendosi estraniare da quel cerchio di giudici senza misericordia e ingiusti, si diverte a scrivere per terra, non alzando mai lo sguardo sulla scena. Alla fine si alza e, vedendosi solo di fronte a quella donna “distrutta dentro”, senza speranza, chiede: “Donna, dove sono i tuoi accusatori?” Questi, infatti, se ne erano andati, aedendo che la mitezza di Gesù aveva messo a nudo il loro animo, che non aveva diritto a giudicare. “Neppure io ti condanno: va’ in pace e non peccare più”.

 

E’ davvero il frutto della Pasqua che tutti vorremmo gustare. Ma siamo pronti ad affidarci alla misericordia, cambiando vita? Dio sa quante volte anche noi vorremmo uscire dal buio dell’anima e sentirci dire: “Va’ in pace e non peccare più”.
Vorrei fare nostra la preghiera che il S. Padre rivolse a Dio, commentando la tredicesima stazione della Via Crucis: “Gesù deposto dalla croce”.

 

“Signore, sei disceso nell’oscurità della morte. Ma il tuo corpo viene raccolto da mani buone e avvolto in un candido lenzuolo. La fede non è morta del tutto, il sole non è del tutto tramontato. Quante volte sembra che tu stia dormendo. Come è facile che noi uomini ci allontaniamo e diciamo a noi stessi: Dio è morto. Fa’ che nell’ora della oscurità riconosciamo che tu comunque sei lì. Non lasciarci soli quando tendiamo a perderci di animo. Aiutaci a non lasciarti da solo. Donaci una fedeltà che resista nello smarrimento e un amore che ti accolga nel momento più estremo del tuo bisogno, come la madre tua, che ti avvolse di nuovo nel suo grembo.
Aiutaci, aiuta poveri e ricchi, i semplici e i dotti a vedere attraverso le loro paure e i loro pregiudizi, la tua presenza che è solo bontà, e a offrirti la nostra capacità, il nostro cuore, il nostro tempo, preparando così il giardino nel quale può avvenire la resurrezione”.

 

Ricordo un convegno sul tema “droga, come liberarsi?” Era gremita la sala, come in cerca di qualcuno che indicasse la via della resurrezione. Si alternavano al tavolo giudici, psicanalisti e specialisti: un fiume di parole che ci mischiava con il denso fumo delle sigarette…senza indicare anche una minima via di uscita. All’improvviso si alzò un giovane e disse: “C’è uno che può risolvere il problema: Gesù Cristo. Io ero drogato, Lui mi ha salvato”. Una risposta secca, cui nessuno osò porre obiezioni e si sciolse l’assemblea, come quella che voleva processare l’adultera, salvata dall’amore di Gesù.
Può accadere anche a noi, anche se sotto altre forme. E’ questa la Pasqua.

 

mons. Antonio Riboldi